“I vostri giovani avranno visioni”: ascoltare, discernere e camminare insieme

A Novafeltria l’Assemblea Diocesana preparatoria all’inaugurazione del nuovo anno pastorale dedicato ai giovani. Al centro il loro protagonismo, la vocazione e la sfida di una Chiesa capace di ascoltare le loro visioni.

“Oggi non parleremo dei giovani: parleranno i giovani”. È stata questa la prospettiva indicata da don Mirco Cesarini, vicario generale della Diocesi di San Marino-Montefeltro, che ha introdotto l’Assemblea Diocesana, svoltasi sabato 3 ottobre al Teatro parrocchiale di Novafeltria, per dare avvio al nuovo anno pastorale 2026/2027.

Un anno che la Diocesi ha scelto di dedicare in modo particolare ai giovani, non semplicemente come destinatari delle iniziative pastorali, ma come protagonisti di un cammino da costruire insieme.

Il riferimento biblico scelto per l’Assemblea è quello del profeta Gioele: “I vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1). Una parola che, ha sottolineato don Mirco, non è stata scelta casualmente. I giovani vivono spesso una posizione difficile, sospesi tra il mondo dei gruppi parrocchiali e quello dei coetanei che magari dalla Chiesa si sono allontanati. “Sentite il peso degli adulti, degli amici e delle amiche che magari non ci sono”, è stato il richiamo rivolto ai giovani presenti. Da qui la necessità di mettersi in ascolto. E anche l’invocazione allo Spirito Santo, affinché adulti e giovani possano riconoscere reciprocamente il valore dei propri doni.

Un cammino in tre passi

La giornata è stata pensata come un vero laboratorio, secondo tre verbi indicati da Gian Luigi Giorgetti, Coordinatore degli uffici pastorali diocesani e Direttore dell’Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro, che ha condotto i lavori dell’assemblea, come filo conduttore del percorso: ascoltiamo, immaginiamo, camminiamo.

Un itinerario destinato a partire dalla Parola e dalla cornice pastorale, per arrivare al discernimento nelle Comunità di Fede e quindi a una sintesi capace di tradursi in proposte concrete.

L’invito, dunque, è a non fermarsi alla riflessione teorica, ma a trasformare l’ascolto in un processo che coinvolga le comunità nei prossimi mesi.

“I giovani avranno visioni”: una promessa, non uno slogan

A offrire alcuni punti di riferimento per il lavoro successivo è stato don Paolo Bovina, biblista della Diocesi di Ferrara-Comacchio, che ha richiamato il significato profondo della parola di Gioele.  “I giovani avranno visioni” non è soltanto un auspicio: è una promessa di Dio. E proprio per questo, ha spiegato, i cristiani non sono semplicemente “persone ottimiste”, ma uomini e donne di speranza. “Una speranza fondata sulla certezza di un Dio che agisce nella storia”.

La domanda, allora, non è anzitutto “che cosa organizziamo?”, ma “che cosa Dio sta compiendo? Quali meraviglie sta realizzando?”. Da qui nasce la questione del discernimento: come si ascolta Dio? Dove lo si riconosce? La risposta non porta a cercare Dio lontano dalla realtà. Dio è nei cieli, ma “cammina con noi lungo la storia”. Per questo il cristiano è, secondo l’immagine proposta da don Paolo, come un albero rovesciato, con le radici in cielo e i rami sulla terra: radicato in Dio, ma pienamente immerso nella storia.

In questo senso, la profezia non coincide con la capacità di “indovinare” il futuro. L’indovino indovina, il profeta sa leggere la realtà. Il profeta interpreta ciò che accade riconoscendo che la storia non è stata abbandonata da Dio, ma è ancora abitata dalla sua presenza. Ecco allora il senso delle “visioni” affidate ai giovani: la capacità di vedere una strada, di intuire possibilità, di leggere il presente alla luce di ciò che Dio sta facendo. Una visione che non è però individualistica. Dio, ha osservato don Paolo, non è “un solista che suona”, ma una polifonia armonica. “Ciascuno porta il proprio mattoncino e, insieme, i diversi contributi compongono un affresco nel quale diventa visibile l’opera di Dio”. Il discernimento può così essere sintetizzato in tre verbi: riconoscere, interpretare, decidere.

Giovani, vocazione e appartenenza

0La riflessione è proseguita con il vescovo Domenico Beneventi, che ha invitato la Diocesi a “ritornare all’origine” e a recuperare quello sguardo capace di fare spazio al protagonismo dei giovani. Una delle categorie sulle quali lavorare, ha sottolineato, è quella della vocazione. Non soltanto chiedersi dove collocare i giovani nella vita della Chiesa, ma interrogarsi sul senso della loro appartenenza e sul percorso attraverso il quale ciascuno è chiamato a scoprire la propria strada. Da qui alcune domande decisive: giovani e Chiesa, giovani e fede; ma quale appartenenza vivono i giovani alla comunità cristiana?

Il vescovo ha richiamato la tensione tra appartenenza ed erranza. C’è nei giovani una domanda di libertà che può generare il desiderio di andare altrove, di cercare, di esplorare altre strade. Un’erranza che non deve essere letta necessariamente in termini negativi: può nascere da una ricerca spirituale, dal desiderio di trovare risposte che non sempre approda immediatamente nelle nostre parrocchie.

Il problema si pone quando l’erranza diventa completamente disabitata da una scelta di fede, di appartenenza e di spiritualità e si trasforma progressivamente in indifferenza, fino all’allontanamento dalla pratica comunitaria.

Anche in questo caso la Chiesa è chiamata a cambiare sguardo. Il vescovo ha ricordato una provocazione attribuita alla tradizione salesiana: può essere bene che un giovane si allontani, ma bisogna continuare a guardarlo da lontano. Non bisogna cioè smettere di cercarlo solo perché ha preso un’altra strada.

Tra memoria e visione

La parola “visione” porta con sé anche una tensione temporale: è il già e non ancora, la capacità di guardare ciò che ancora non esiste senza perdere il legame con ciò che è stato.

Da qui il richiamo a una memoria non nostalgica. La memoria può essere feconda quando aiuta a riconoscere il cammino compiuto; diventa invece un ostacolo quando si traduce nel semplice “si è sempre fatto così”. Ma anche una visione priva di memoria rischia di condurre alla disillusione. Il futuro, quindi, non nasce dalla cancellazione del passato, ma dalla capacità di mettere in dialogo memoria e profezia.

È in questo quadro che si inserisce anche la questione del ricambio generazionale: la comunità cristiana ha davvero il coraggio di dare spazio ai giovani? È pronta a lasciare loro responsabilità reali, ascoltandone la voce e accettando che possano proporre modalità nuove di vivere la fede e la comunità?

Dall’Assemblea alle Comunità di Fede

L’Assemblea non vuole essere un appuntamento isolato, ma il primo passo di un percorso che coinvolgerà le 11 Comunità di Fede nei mesi di ottobre e novembre.

Il lavoro di sabato 3 ottobre è così proseguito con gruppi di lavoro della comunità di fede e che hanno risposta a due domande: cosa cambiare per non ostacolare la partecipazione dei giovani e un progetto da elaborare e proporre. Insomma, il discernimento e l’elaborazione di proposte e sperimentazioni concrete. Una sintesi poi condivisa dall’assemblea e che dovrà vedere la strada da percorrere all’apertura del nuovo anno pastorale diocesano, che sarà inaugurato il 28 novembre.

La sfida è dunque quella di attivare i giovani nella Chiesa locale ripartendo dalle Comunità di Fede, creando spazi nei quali possano essere ascoltati, coinvolti e chiamati a una corresponsabilità autentica. Non si tratta soltanto di progettare nuove attività per i giovani. Si tratta, più radicalmente, di imparare a riconoscere ciò che Dio sta già facendo attraverso di loro. Perché, come ricorda il profeta Gioele, “i giovani avranno visioni”. E una Chiesa capace di ascoltarle può ritrovare, insieme a loro, nuove strade da percorrere.

Ascoltare. Immaginare. Camminare. È questo il percorso indicato dall’Assemblea. Un percorso che ora passa dalle parole alle comunità, dalla riflessione alla vita quotidiana. E che si sostanzia, significativamente, con un invito che sarà il titolo del prossimo anno pastorale: “Vieni oltre”.

Antonio Fabbri

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