Sala Montelupo, Domagnano, martedì 13 ottobre. Si presenta la ristampa di Alcide De Gasperi. Rivoluzione, Riforme, Libertà di Igino Giordani, a cura di Lucio D’Ubaldo e Alberto Lo Presti, con la presentazione di Giuseppe Fioroni. Il moderatore, il giornalista Osvaldo Bevilacqua, dà la parola ai relatori uno dopo l’altro. Il pomeriggio smette presto di essere una presentazione e diventa un ritratto a più voci. Nessuno cede alla celebrazione, tutti cercano l’uomo.
Apre Giuseppe Fioroni, vicepresidente del Toniolo ed ex ministro dell’Istruzione, con una smentita. I giovani non sono lontani dalla politica, dice: sono convocati male. Non sopportano gli adulti che predicano valori e ne praticano altri, che dicono una cosa, ne pensano una seconda e ne fanno una terza.
Qui entra De Gasperi, come esempio di coerenza. Padre, docente, politico, credente: in lui, osserva Fioroni, le quattro dimensioni non si contraddicevano. Seppe dire no anche alle gerarchie quando gli chiedevano ciò che non sentiva giusto, e non per disobbedienza: per libertà. È la stessa libertà che Fioroni invita a ritrovare nella politica di oggi, troppo affidata alla legge elettorale e poco alle idee.
Per lo statista trentino la legge elettorale era soltanto uno strumento: prima venivano un progetto e un programma, e le persone. E chi vinceva le elezioni non governava da solo, perché una società complessa chiede coalizioni. Poi l’Europa, che De Gasperi costruì con Schuman e Adenauer come strumento di pace, da uomo che la guerra l’aveva conosciuta. Fioroni ricorda che pianse quando, nel 1953, la difesa comune europea non passò, perché già vedeva il rischio di nuovi conflitti.
Invocare, non solo ricordare
Il Vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Domenico Beneventi, risponde all’aspettativa dell’incontro, celebrare De Gasperi guardando ai giovani, con un verbo diverso: invocare. Chi si limita a ricordare, spiega, si comporta da erede, e l’erede rischia di custodire quello che riceve senza saperlo reinvestire. Per un cristiano è il contrario della parabola dei talenti. Invocare significa invece chiamare lo statista dentro la situazione di oggi e dargli voce a partire da alcune domande, che il Vescovo ricava dal discorso di Papa Leone al Partito Popolare Europeo, lo scorso 25 aprile. Lì il Papa indicava, nei padri fondatori, la persona al centro, con il suo fermento di fraternità evangelica, dentro un’esperienza millenaria: un’eredità che porta indietro nella storia e insieme consegna un futuro inedito.
Le domande sono tre. Come ricucire lo strappo tra etica ed economia, in un’epoca di algoritmi e di individualismo che frammenta il tessuto sociale? Come restituire alla politica la sua anima e la capacità di generare legami? Come ritrovare il coraggio della mediazione, che è l’argine alla deriva populista e alla polarizzazione urlata? Le risposte, indica il Vescovo, passano per gli organismi intermedi e per l’associazionismo, che a San Marino resistono più che altrove e dove i giovani possono diventare protagonisti. Mons. Beneventi racconta di aver cominciato a incontrare i giovani dei partiti sammarinesi e di aver iniziato a farlo anche con quelli dei sindacati. Ma osserva che anche nell’associazionismo cattolico la capacità di generare si inceppa, quando si polarizza troppo. Per questo ripete che i giovani devono essere protagonisti e non destinatari: è, tra l’altro, il tema pastorale proposto alla Chiesa diocesana per il prossimo anno pastorale, ormai alle porte.
Da qui i tratti di De Gasperi che il Vescovo propone ai ragazzi.
Il primato della persona, che per lo statista affondava nel mistero dell’incarnazione e nella dignità di ogni essere umano: per questo la persona non è un ingranaggio né un dato statistico e la tecnologia deve restare al suo servizio e non il contrario.
Una politica popolare e non urlata, che non insegue consenso e follower: il politico, ricorda, citando il celebre monito di De Gasperi, pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni.
La partecipazione, che per il Vescovo ha il sapore del «venire oltre»: esporsi, non restare chiusi nel proprio.
La coesione di una comunità che custodisce la libertà e accoglie il pluralismo, con il potere inteso come servizio e non come privilegio.
E infine l’integrità. Educare i giovani a essere interi anche negli ambienti dei social, senza modellarsi sulle aspettative altrui, è per Mons. Beneventi la responsabilità educativa che questa memoria consegna agli adulti: mettere i ragazzi in condizione di ricevere un’eredità da investire, non soltanto da ripetere per una buona interrogazione.
Tre dimensioni, mai separate
L’ambasciatore d’Italia a San Marino, Fabrizio Colaceci, apre con un’immagine: il seme. L’aveva in mente due anni fa, davanti alla mostra su De Gasperi al Meeting di Rimini, pensando allo statista
che studia nella Biblioteca Vaticana, al riparo dalle vicende del tempo, e al frutto che quel seme avrebbe poi dato. In De Gasperi Colaceci riconosce tre dimensioni che nella sua azione non furono mai separate: i valori cristiani, il ruolo alla Costituente e nella costruzione europea, la fede repubblicana. Il cristianesimo, spiega, non fu per lui un manifesto ideologico ma una severa scuola di responsabilità, e da lì venne il rifiuto di ogni totalitarismo, di ogni culto del capo, di ogni repressione del dissenso. Alla Costituente lo stesso rigore si tradusse in un gesto: il 25 marzo 1947, nel discorso sui rapporti tra Stato e Chiesa, De Gasperi parlò dal banco di semplice deputato e non da quello di Presidente del Consiglio, per non far pesare il governo sulle scelte dell’Assemblea. Equilibrio politico, sottolinea l’ambasciatore, non equilibrismo.
Poi l’Europa, a una condizione, per De Gasperi: l’unità mai a scapito delle identità, perché identità e pluralismo si arricchiscono a vicenda. Forse il vero contrasto, osserva Colaceci rivolgendosi ai giovani, non è tra identità e pluralismo, ma tra essere connessi ed essere in relazione. Nessuna nostalgia, in De Gasperi, per un’Europa confessionale: Schuman lo definì «anima di apostolo, non di settario». Nel naufragio della Comunità europea di difesa, poco prima della morte dello statista, l’ambasciatore vede un presagio ancora attuale: un riarmo senza identità comune rischia di essere uno scheletro vuoto. Colaceci chiude con l’ammonimento che De Gasperi pronunciò nel giugno 1954 sulla Costituzione: toccarne una parte essenziale significa far vacillare tutto.
L’università come comunità
Paolo Pascucci, giurista del lavoro e da poco Magnifico Rettore dell’Università di San Marino, parte anche lui dai giovani. Sono loro, dice, il «convitato di pietra» del pomeriggio: i ragazzi a cui questa ristampa vuole parlare sono i grandi assenti in sala. Poi ricorda un episodio poco noto della giovinezza di De Gasperi, riprendendolo dalle pagine della biografia di Giordani: nel novembre 1904, a 23 anni, lo statista era a Innsbruck, tra gli universitari che si battevano per un’università italiana, e dopo gli scontri finì in arresto per alcuni giorni. A colpire Pascucci è che un ateneo fosse, per quei ragazzi, il luogo in cui affermare la propria identità culturale.
Da lì il rettore trae un ragionamento che si lega a quanto detto dal Vescovo Domenico sugli organismi intermedi. L’università, spiega, nasce nel Medioevo come comunità, e può essere ancora oggi uno spazio di aggregazione e di confronto tra i giovani. Per questo vede il valore dell’ateneo sammarinese, nato alla fine degli anni Ottanta e cresciuto soprattutto nell’ultimo decennio, con iscritti in aumento, in un tempo in cui altrove l’università si spersonalizza e la relazione tra docenti e studenti si allenta, come accade nelle università telematiche. Non vuole demonizzarle, precisa, ma ricordare che il fulcro dell’università era e continua ad essere quel rapporto e quel confronto dialettico tra docenti e studenti che frequentano gli stessi ambienti.
Annuncia poi per la prossima primavera un convegno sull’enciclica Magnifica Humanitas, una prima proposta, per tornare a confrontarsi sui grandi temi con i giovani, insieme alle tante realtà presenti sul territorio, proponendo l’università come partner di iniziative comuni capaci di rifondare quella comunità pensante di cui De Gasperi era tra i principali esponenti e fautori.
Accendere la fiamma
Don Marco Mazzanti, direttore dei Salesiani di San Marino, sceglie di guardare il ragazzo prima dello statista. De Gasperi non fu un pedagogista, premette, ma la sua vita ha fatto scuola. Il libro di Giordani si apre infatti con un giovane dell’umile gente di confine, figlio di un gendarme che volle comunque far studiare i figli.
Mazzanti ripercorre le tappe di quella formazione. A Vienna il giovane Alcide patisce la fame del primo anno e piange prima dell’esame di laurea, una fragilità che, nota il salesiano, vale anche per gli studenti di oggi. Poi l’episodio che Mazzanti definisce il cuore educativo di quegli anni: nel circolo universitario De Gasperi propone ai compagni un ciclo di studi con tanta insistenza che quelli lo mettono alla porta. Da quella notte impara che l’intransigenza non basta e che servono prudenza e pazienza. Torna dai compagni e viene riaccolto. È l’amorevolezza di cui parlava Don Bosco, dice Mazzanti: una comunità educante in cui chi esce sbattendo la porta può rientrare senza prediche.
Seguono gli anni della Biblioteca Vaticana, vissuti da De Gasperi come tempo di formazione e non di attesa sprecata, e un messaggio agli universitari nel 1934, in piena dittatura: siate voi stessi, siate ottimisti. Il filo, secondo Mazzanti, è che la libertà nasce dal sapersi figli, non dall’essere senza legami. Alla fine lascia ai presenti una domanda: chi accende oggi la fiamma nei giovani? Le famiglie, la scuola, l’università, le comunità cristiane, le istituzioni? Tocca a noi, dice.
Un legame con il Titano
Francesco Mussoni, avvocato e Consigliere della Repubblica, intreccia la figura di De Gasperi con la storia sammarinese e parte da una distinzione: il politico governa il presente, lo statista pensa a
quale Paese lascerà. Nel 1948, ricorda, la Democrazia Cristiana ebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. De Gasperi avrebbe potuto governare da solo e chiamò invece liberali, repubblicani e socialdemocratici. Essere forti, dice Mussoni, significa usare la propria forza per rendere più solide le istituzioni.
Poi alcune pagine poco note. La nascita della Democrazia Cristiana sammarinese, il 9 aprile 1948, dopo che nel dicembre 1947 due cittadini sammarinesi erano andati a Roma a cercare incoraggiamento da don Luigi Sturzo. L’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, votata dal Consiglio Grande e Generale il 30 marzo 1948, alla quale De Gasperi rispose con asciuttezza: nessuna gli poteva essere più gradita di quella dell’antica e libera Repubblica.
E gli anni difficili, con Roma guidata da De Gasperi alla testa di una coalizione centrista e San Marino governata da una coalizione socialcomunista, il casinò, le frequenze radiotelevisive, la povertà. Nel 1953 la revisione della convenzione di amicizia del 1939, firmata da De Gasperi e dal Segretario di Stato agli Esteri sammarinese Gino Giacomini, con limiti al gioco e alle frequenze e un contributo per la ferrovia Rimini-San Marino. Un esempio, dice Mussoni, di come il dialogo possa superare le divisioni ideologiche. E il collegamento con l’oggi: l’accordo di associazione tra San Marino e Unione Europea, che il Segretario di Stato agli Esteri avrebbe firmato il 19 ottobre.
Una casa comune, con i materiali di oggi
Chiude gli interventi Nicola Barone, presidente di TIM San Marino, che porta De Gasperi alle sfide di oggi con un’idea di sovranità intesa come capacità di scegliere. Parte da Ventotene, passa per la CECA, arriva al rapporto Draghi sulla competitività del 2024. Carbone e acciaio erano la potenza industriale del Novecento, dati e cloud sono la dipendenza del nostro secolo. Sovranità digitale, spiega, non è autarchia, ma la possibilità di non ritrovarsi con altri che decidono per noi.
Barone cita alcuni numeri: l’Europa produce circa il 9% dei semiconduttori mondiali contro un obiettivo del 20%, e il 60% delle famiglie ha competenze digitali di base contro l’80% fissato per il 2030. E vede San Marino come un possibile laboratorio. La tecnologia, avverte, non può essere il fine: nel discorso del 21 aprile 1954 De Gasperi parlava di un patrimonio comune europeo fondato sulla centralità della persona, sul diritto, sulla giustizia. È la casa comune che, conclude Barone, oggi va costruita con i materiali del XXI secolo.
È probabilmente questo il filo che resta, dopo sette voci diverse, sulla figura di Alcide De Gasperi: un’eredità non è un monumento, ma qualcosa da mettere a frutto, da investire ciascuno secondo il proprio posto.
Daniela Corvi
