Settant’anni, un accento che non ha mai smesso di essere delle Marche, e una vita che si è decisa per una scommessa ben 41 anni fa. «Facevo delle ferie normali, come tutti. Un sacerdote mi ha sfidato: perché non fai un tipo di vacanza diverso?». Lei ha detto sì senza pensarci troppo. Non sapeva nemmeno dove fosse lo Zambia — gliel’ha indicato il fratello su una cartina geografica. Era l’8 agosto 1985.
Doveva restare venti giorni. Ne è rimasta settanta. «Ho visto un mondo talmente diverso dal nostro». Eppure a Carpegna aveva tutto: due aziende, venticinque operai, una moto Honda 750 e auto che cambiava ogni sei mesi. «I miei genitori, quando ho deciso di partire, mi hanno chiesto: cosa ti manca? Ho detto: ho tutto. Ma quando la sera torno a casa e sto sola, non sto bene».
Da lì, ferie su ferie passate ogni anno in Zambia, fino alla scelta definitiva: la permanenza di un anno intero, nel 1994. «Se non ce la faccio, torno. Nessuno mi lega». È rimasta. Sono passati quarant’anni.
Gli anni del ponte, e una provvidenza precisa
Dal secondo anno in Zambia cominciò a portare bambini bisognosi di cure in Italia. «Allora bastava metterli sul proprio stato di famiglia» racconta — così, tecnicamente «ragazza madre», ne portò a curare una cinquantina in quegli anni, tenendoli nell’appartamento dei suoi genitori, sopra al laboratorio dove lavorava lei. Un campanello per chiamarla, una rampa di scale, ed era da loro. A Carpegna si formò un piccolo gruppo che le dava una mano — chi portava da mangiare, chi rifaceva i letti. Quando i ragazzini venivano ricoverati, andava avanti e indietro dagli ospedali, anche partendo di notte, per essere lì la mattina dopo ad assisterli.
Di quel periodo racconta un episodio che porta ancora dentro come prova di quella provvidenza che tante volte l’ha accompagnata e assistita nel suo cammino. Una bambina con una scoliosi gravissima, che cercò di aiutare: le avevano indicato Lione come unico centro in grado di intervenire, dove andò in auto insieme alla piccola, e lì le chiesero settanta milioni di lire per l’intervento. Tornando a casa in macchina, si chiedeva come trovare quella somma — e, arrivata, un primo segno: si ritrovò la stessa cifra che aveva speso per il viaggio. Qualche giorno dopo, in televisione, le capitò un programma su un medico che curava proprio quel tipo di scoliosi, con tanto di numero di telefono a cui rivolgersi. Chiese a don Ottavio di chiamare: l’appuntamento arrivò subito — un secondo segno. Si recarono quindi vicino Civitavecchia, al Bambin Gesù di Palidoro, dove medici e infermieri riservarono a lei e alla bambina una camera, seguendole come fossero di famiglia — e lo stesso avrebbero fatto, in seguito, con altri bambini bisognosi di cure. «Sulla mia strada ho sempre trovato tante persone disponibili e generose, il Signore non mi ha mai fatto mancare il Suo aiuto», racconta Maria Pia.
Non missionaria. Volontaria.
È un distinguo su cui torna più volte, quasi a correggere chi le mette addosso un’etichetta che non le appartiene fino in fondo. «Non ricevo uno stipendio da quarant’anni. L’ho scelto io: se devo essere volontaria, lo devo essere davvero. Ci sono troppi volontari super pagati — quel volontariato lì non mi piace».
Vive a Luanshya, nel Copperbelt zambiano, al confine con il Congo. Da sola, in una casa con una piccola cappella dove entra ogni mattina prima di aprire il cancello a chi aspetta già fuori. «Se riesco a restare è perché Lui vuole che io resti. Troppe volte ho verificato che mi spiana la strada». Non è retorica: nel 2012 le hanno sparato a una gamba durante un furto — nove mesi di cure in Italia, il rischio di perdere l’arto, un intervento che a Luanshya non era possibile. Nel 2025, un colpo alla testa da un ragazzo di sedici anni. Non ha mai smesso di tornare giù.
Case, scuole, e un metodo che non è assistenzialismo
Il bilancio, detto da lei con la stessa asciuttezza con cui racconta tutto il resto: centinaia di case costruite, un villaggio con scuola primaria, secondaria e asilo per 4.500 ragazzi, altre cinque o sei scuole avviate e poi consegnate alle comunità locali. Sempre insieme a chi ne aveva bisogno, mai al posto loro. «Non vado a prendere muratori già esperti. Prendo persone che erano per strada e mi chiedevano aiuto. Dico: io ti aiuto, tu aiuti me».
Fino al 2012 il modello era diverso: dava tutto gratis. Poi ha cambiato rotta. «Non funziona. Devi rendere le persone responsabili. Se hai un corpo che il Signore ti ha dato normale, ti puoi dare da fare». Oggi chi lavora con lei riceve vitto, alloggio, la scuola pagata per i figli. In cambio, un impegno.
Sul filo di questo metodo corre anche la sua idea di missione, diversa da quella a cui per tradizione siamo abituati. «Spesso si pensa alla missione come al catechizzare, al portare la messa. Io ho voluto unire le cose. Mi sono messa a disposizione».
Lo Zambia che cambia
Sullo sfondo, un paese che Maria Pia osserva cambiare da dentro, senza sconti a nessuno. Il Copperbelt vive ancora di rame, ma governato oggi in gran parte da capitali cinesi: «Tutto arriva dalla Cina e in Zambia rivendono. I cinesi non hanno insegnato un mestiere, non hanno messo su i laboratori qui. Hanno solo preso le concessioni ed in cambio costruito centri commerciali». Il risultato, dice, è un consumismo arrivato troppo in fretta, senza il passaggio che l’ha preceduto altrove: «Dall’albero al computer. Non hanno fatto quel salto che noi abbiamo fatto, conquistandolo pezzo per pezzo, con sacrificio».
Resta patriarcale, la società che descrive: uomini spesso assenti dalle responsabilità, donne che portano avanti tutto — acqua, cibo, figli. Resta fragile la democrazia: le ultime elezioni ad agosto, gli oppositori in carcere, il Presidente rieletto. E resta, nonostante tutto, un paese profondamente religioso: chiese piene, celebrazioni partecipate, vissute, preparate con molta dedizione, una vita comunitaria che da noi si è quasi persa. «Quando sono in chiesa sembra che stiano tutti a un metro da terra, felici, allegri, in comunione. Poi quando escono e cominciano a dire bugie in giro, è un’altra cosa». Una contraddizione che lei stessa fatica a spiegare fino in fondo — forse eredità di una storia coloniale in cui la sopravvivenza passava per l’inganno.
Il messaggio
Alla domanda finale — cosa direbbe a chi pensa che la missione sia una cosa lontana dalla propria vita — Maria Pia non cerca una frase a effetto. «La missione per me significa servizio. Avere la fortuna di capirlo vuol dire vivere una vita piena». E poi, quasi in sottrazione: «Alla fine di una vita, cosa ti rimane? Forse il fatto di non aver messo in pratica quello che poteva renderti felice».
Non sono parole per convincere. Sono il resoconto di chi, quella scommessa di quarant’anni fa, l’ha giocata fino in fondo.
Daniela Corvi
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Per approfondire… La sfida
A lanciarla fu un frate francescano, padre Silvano Castelli, che era stato in Zambia per fare visita ai suoi confratelli. Le disse che c’era chi, laggiù, cercava qualcuno con voglia di fare un’esperienza diversa. Maria Pia accettò prima ancora di sapere dove fosse quel paese sulla carta geografica. Padre Silvano, anni dopo, avrebbe lasciato l’Italia per una missione a Cuba.
Come è nata “Noi per Zambia”
L’associazione nasce con don Ottavio, allora parroco della pieve di Carpegna. A metterli sulla stessa strada fu, indirettamente, don Oreste Benzi: quando una ragazza zambiana ospite di una sua casa in Italia morì, chiese a Maria Pia un sacerdote disposto ad accompagnarne la salma in Zambia. Lei indicò don Ottavio, che da quel viaggio non smise più di tornarci, anche negli anni in cui lei restava in Italia. Don Ottavio è morto nel 2012.
