L’Enciclica Magnifica Humanitas: un inno all’umano!

Tra innovazione e rischio di una nuova Babele, Papa Leone propone di fermarsi, riflettere e tornare a costruire intorno alla persona.

In un mondo disorientato, travolto dall’inesorabile velocità dei ritmi di vita, condizionato dal confondere il diverso come avversario e questo come nemico, si arriva a pensare alla guerra come evento storico ineluttabile, come forma mentale, come linguaggio, come memoria. In questi tempi carichi di tensione si alza la voce di Papa Leone in una significativa Enciclica, che già nel titolo – Magnifica Humanitas – propone un nuovo umanesimo cristiano, nell’era dell’Intelligenza Artificiale (IA). Emerge, sin dall’inizio, l’intenzione di mettere al centro la dignità della persona umana come fa con alcune domande: come custodire la persona umana nel tempo dell’IA? dove stiamo andando? quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli? Comunque, va subito fatto presente che non si tratta di un’Enciclica sulla IA della quale vengono apprezzati le potenzialità e messi in evidenza i rischi per la dignità umana.

Il richiamo alla Rerum Novarum di Papa Leone XIII (15 maggio, 1891) suggerisce un parallelismo tra le trasformazioni del mondo del lavoro e dell’economia alla fine del XIX secolo e i cambiamenti in atto oggi, in cui l’IA ridefinisce processi produttivi, relazioni sociali e persino le dinamiche del sapere. In questo senso, la nuova Enciclica si preannuncia come un contributo di ampio respiro, capace di offrire criteri di discernimento etico e orientamenti per una società attraversata da innovazioni tanto promettenti quanto ambivalenti.

Nella prima parte del documento ci sono pagine dedicate al limite e all’imperfezione umana, con parole coraggiose e per certi aspetti profetiche. Il Papa, infatti, dice:” è proprio nel nostro essere limitati, che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento”. Di conseguenza, vede alcune ideologie come il trans-umanesimo o post-umanesimo “che occupano alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario”. Eppure, va ribadito, l’Enciclica non rifiuta il progresso tecnologico, quanto piuttosto quello che Leone chiama “la sindrome di Babele”, con la cultura del potere che si ritrova in tanti aspetti del mondo contemporaneo. Il Papa chiede a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unificare le forze per edificare il bene. Risulta chiaro che per Papa Leone non è il progresso che va demonizzato, ma il “paradigma tecnocratico” che presume di sostituire il divino, di poter disporre di tutto, senza alcun rispetto della dignità umana. Semmai, l’invito di Leone è di recuperare i tempi della riflessione, della cura, della relazione. Per questo favorisce il Dialogo con le religioni, con la politica, con il privato, nella consapevolezza che il futuro sarà umano se non è costruito unilateralmente, ma se fondato sulla dignità dell’uomo e il rispetto del creato. Allora è bene ribadire che l’Enciclica non condanna il progresso tecnologico e non è un’invettiva contro di esso, né propone rigidi principi, ma una visione maturata “nell’incontro fra le verità eterne del Vangelo e la domanda della storia”. Nel cuore del messaggio c’è l’affermazione che la persona umana vale in sé e non deve guadagnarsi il proprio valore, sfidato da “uomini più efficienti e performati”.

La seconda parte dell’Enciclica è espressamente dedicata all’IA, pur non essendo un documento espressamente centrato sull’IA, ma sull’umanità. La prospettiva indicata già fa intravedere una riflessione non solo sui rischi, ma anche sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, nella consapevolezza che ogni sviluppo tecnico deve restare ordinato al bene integrale della persona umana.

Per questo, il Papa afferma che l’IA non può essere equiparata a quella umana, anche se è un aiuto prezioso, se gestito con un approccio sobrio e vigile: è importante servirsene e non esserne asserviti.

Molti hanno visto in questo documento un affascinante “inno all’umano” e preme molto al Papa che vede la fragilità dell’uomo, fatto però ad immagine di Dio. Per questo Leone ricorda che la Chiesa vive nella storia e ne scruta i cambiamenti alla luce di una preoccupazione che è il cuore dell’Enciclica quando si chiede: “Non c’è il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto?” e aggiunge : “…Si va affermando una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana…viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale”. In continuità con Papa Francesco ricorda la sua fulminate definizione: ”…la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta, di fronte alle forze del male”. Ne scaturisce in Leone un costante e accorato appello alla Pace, quando ricorda le parole di Giorgio La Pira: ”Al metodo della guerra, bisogna sostituire il metodo della pace!”

Siamo davanti al Manifesto di un nuovo umanesimo, per cui non basta invocare genericamente l’etica, ma occorrono quadri giuridici adeguati, vigilanza, una politica che non rinunci al proprio compito, con prioritaria attenzione all’educazione dei cittadini, per una convivenza responsabile con le novità che interessano il mondo, senza la quale si rischia “di avere di più ma di non essere di più”.  Di qui l’avvertenza che “non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. L’innovazione deve tradursi in giustizia sociale, prestando attenzione ai più fragili e ai migranti, definiti il vero “banco di prova” della nostra civiltà. Il Papa conclude con il convincimento che una nuova civiltà è possibile se accompagnata da una profondità spirituale che “porta a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA”, perché al centro della storia rimane sempre un volto umano che chiede di essere guardato e rispettato.

Renato Di Nubila, Università di Padova

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