Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Francia: imparare ad ascoltare, senza filtri né censure

Dalle parole di Papa Leone all'UNESCO una riflessione sulla dignità umana, la pace e la responsabilità di ciascuno

Papa Leone XIV durante il suo discorso presso la sede dell'UNESCO, il 25 settembre 2026. | Credit: Vatican Media

C’è una considerazione che è necessario fare: ascoltare non significa trasformare. L’onestà intellettuale chiede di realizzare quello che diceva tempo fa Gesù: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», pensiero questo ripreso da s. Giacomo: «Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con qualsiasi altro giuramento; ma il vostro sì sia sì, e il vostro no sia no, per non cadere sotto il giudizio».

Non possiamo tralasciare quanto ci ha ricordato Papa Leone nella sua recente visita a San Marino: «Per questo condividiamo la stima per la diplomazia e per il multilateralismo, quali vie privilegiate per coltivare le relazioni internazionali e promuovere l’intesa tra le Nazioni. «Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare, usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 224).»

È questo un cammino difficile, certamente, ma che chiede schiena diritta e libertà interiore (del resto è il leitmotiv della nostra identità: «Relinquo vos liberos ab utroque homine»).

Possiamo allora riprendere alcuni passaggi significativi del discorso pronunciato da Papa Leone XIV all’UNESCO, durante il suo viaggio apostolico in Francia. Li propongo come augurio agli studenti del nostro liceo di San Marino, che stanno per visitare il terribile luogo della memoria, Auschwitz, accompagnati dal loro insegnante di religione.

«Nella nostra assemblea merita allora di venir esplorata una domanda fondamentale, che ci interpella con urgenza: che cosa significa essere umani? Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi.

Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo.

In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare. Proprio questa drammatica alternativa ci ricorda che essere umani significa essere liberi per natura. Poiché ognuno di noi è figlio, questa nostra libertà inizia rispondendo a quella di chi ci rivolge per primo la parola, con gesti di affetto o di rifiuto, di amorevole accoglienza o di abbandono e crudeltà.

In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Chi si dedica all’educazione, alla scienza e alla cultura viene a maggior ragione chiamato a prendersi cura di ogni persona, così che possa risplendere la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere. Essere uomini implica quindi una responsabilità davanti all’appello della storia: l’uomo è colui che cresce, impara, lavora con la mente e con le mani. Mediante il suo impegno può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere.

In questo particolare momento, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.

A tal proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con parole che conservano una sorprendente attualità – come abbiamo visto nel “Muro della Pace” –: “Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace” (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945).

Queste parole furono scritte all’indomani della Seconda Guerra Mondiale: la tragedia più devastante del secolo passato. L’umanità aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze.

Gli Stati fondatori dell’UNESCO compresero che i trattati sono necessari, ma non sufficienti in sé. Essi richiedono una cultura e un impegno condiviso per la pace che li sostengano. […]

Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona umana, una dignità che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte stessa. Sì, l’essere umano è certamente colui che nasce, ma è pure colui che muore. La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.»

Se riuscissimo a rispondere con la nostra vita e con il nostro esempio alla grande domanda: « che cosa significa essere umani?» si aprirebbero orizzonti di bene e di speranza anche per tutti noi!

don Gabriele Mangiarotti

Foto: Papa Leone XIV durante il suo discorso presso la sede dell’UNESCO, il 25 settembre 2026. | Credit: Vatican Media
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