Radicati nel passato e protesi verso il futuro

Costruiamo il futuro, passo dopo passo, con cuori generosi e mani tese

È importante per il nostro tempo, riflettere sull’imparare nuovamente – perché troppo spesso lo abbiamo dimenticato – a fare memoria. Abbiamo tutti compreso che in assenza di questa, il desiderare di guardare al futuro, non ci porta ad un cammino come lo abbiamo pensato o preparato, ma piuttosto ad un girovagare senza una meta precisa, senza intravvedere un approdo sicuro ed appagante. Faccio un esempio: quante volte in questo secolo di fronte alle drammatiche vicende che ci hanno accompagnato abbiamo anche noi pronunciato con una retorica risposta: “mai più!”. La sfida a costruire un futuro non può prescindere dalla volontà di recuperare la capacità di ritrovare la memoria.

Il futuro della Chiesa italiana auspica che i giovani cattolici e non solo, guardino al futuro come ad una conquista alla quale siamo spinti, nella speranza di individuare nuove forme di presenza sia nella Chiesa che nella società del 2026.

Analizziamo un fenomeno, che in qualche modo ha fatto riflettere ma che in alcuni ambienti, era dato anche per scontato. Dati recenti, e ne abbiamo parlato tempo addietro in queste pagine, ci disegnano un quadro che comunque non è da sottovalutare. Nonostante i numeri della pratica domenicale siano in discesa, la spiritualità tra i giovani resta molto viva. I giovani non cercano una Chiesa fondata su rigide regole, dogmatica, ma ad una “madre” impegnata a favorire un dialogo di ascolto e di confronto, in grado di interpretare le sfide di questo nostro tempo. Il futuro, è bene ricordarlo, si gioca fuori dai luoghi “canonici” perché i giovani laici stanno portando il loro impegno negli ambiti della “vita quotidiana”: la scuola, l’università, nel posto di lavoro, nella rete. E siccome i cattolici non sono estranei a queste problematiche, ecco che una convergenza sui modi di concretizzare questa aspirazione diventa comune e condivisibile. L’Italia e non solo, ha bisogno di questa alleanza: educare alla conoscenza, formare all’impegno, premiare la solidarietà.

Papa Francesco ha citato, a questo proposito, due fra gli eventi storici più drammatici del secolo passato che mettono, ancora oggi, a dura prova la capacità e la volontà, da parte di molti, moltissimi giovani e moltissimi adulti, di conservare la memoria da parte del mondo occidentale (la Shoah ne è un esempio). E i bombardamenti atomici sulle città del Giappone che ancora non sono dimenticati ma che gente responsabile e provata da quel vergognoso evento ha saputo rimuovere. E potremmo continuare riflettendo sulle guerre: Russia-Ucraina, Medio Oriente e Gaza, Sudan-Myanmar, Repubblica Democratica del Congo ecc. Su questo fronte l’esercizio di memoria si rivela indispensabile; per sconfiggere il male è necessario prima trovare il coraggio di guardarlo in faccia. Non può esserci vera riconciliazione, fra cattolici e laici, giovani ed anziani se non a partire da una seria presa d’atto delle responsabilità di tutti nel privilegiare ancora l’assuefazione al male o al peggio, invece di guardare ad un mondo che in tanti decenni ha fatto passi da gigante e può offrire una possibilità importante a cui in tanti aspirano. Se tutto questo non avvenisse, trovare una consapevole certezza che non ci sarebbero altre strade diventerebbe inevitabile. Il nostro tempo auspica, come indispensabile, una condivisione di obiettivi affinché il futuro, e la sua ricerca da parte di tutti, non assuma la forma di una colpevole inferiorità nei confronti dei propri compiti.

Papa Leone XIV, crede nella sinodalità: “nessuno cammina da solo, e questa non è una frase di circostanza”, sottolineando perciò l’importanza della condivisione della fede e dell’incontro umano. Il Papa ha descritto il cammino della vita – tanto più quando è proiettato verso il futuro – come un intreccio con quello di qualcun altro: “siamo fatti per l’incontro, per camminare insieme e per scoprire insieme una meta comune” da raggiungere. È la visione di una Chiesa viva, che non ha paura di ascoltare, di camminare insieme. Non più una Chiesa che parla ai giovani, ma una Chiesa che parla con i giovani, che li ascolta davvero, che riconosce in loro il futuro da educare e il presente da accogliere.

condividi su