Sabato 24 ottobre Ferrara dedica una giornata di studio a padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, ricordando la sua figura carismatica conosciuta e amata nella sua città d’origine, a Parma, dove si è legato all’Istituto dei Missionari Saveriani, e a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dove ha operato per quasi trent’anni come testimone di pace e fraternità.
Il convegno, dal titolo «Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano. Le radici, la gente, la missione», si svolgerà presso il monastero di Sant’Antonio in Polesine e rappresenta il secondo appuntamento dedicato alla sua figura. La giornata avrà un taglio soprattutto storico e approfondirà le radici culturali e spirituali di un’esperienza missionaria originale: dalla scelta di vivere tra i baraccati dell’Acquedotto Felice, a Roma, negli anni Settanta, all’impegno pastorale e sociale nonostante la paraplegia conseguente a un incidente stradale; dalla lunga missione in Africa al ritorno in Italia, dove padre Silvio si è impegnato per creare un ponte tra associazioni, gruppi, movimenti, istituti missionari e Africa attraverso «Chiama l’Africa», ampliando anche l’attività dell’associazione congolese «Solidarietà Muungano».
Nel corso della giornata, studiosi e testimoni ne approfondiranno il percorso umano, spirituale e missionario. Ma accanto alla ricostruzione storica c’è un’altra dimensione fondamentale: quella dei ricordi di chi ha incontrato padre Silvio, condividendone esperienze, domande e scelte.
Due testimonianze, firmate da Paola Springhetti e Paola Galvani, ci permettono di avvicinarci a questa dimensione personale. Due sguardi diversi e complementari, che raccontano la stessa capacità di vivere il Vangelo attraverso le relazioni, la fiducia e la fraternità.
Un sorriso disarmato e disarmante
Nel suo racconto, Paola Springhetti ricostruisce il profilo di un uomo mite e insieme determinato, capace di affrontare ostacoli e situazioni difficili senza rinunciare al dialogo. Dalla baraccopoli romana al Congo, la missione di padre Silvio è stata una scelta concreta di vicinanza alle persone, soprattutto a quelle che vivevano situazioni di sofferenza e marginalità.
Il suo sorriso, ricordato da tante persone che lo hanno conosciuto, non era segno di ingenuità o inconsapevolezza delle difficoltà. Era l’espressione di una fede profonda, sostenuta dalla preghiera e dal Vangelo, che lo portava a riconoscere nell’altro un fratello e a continuare a credere nella possibilità di costruire un futuro diverso.
Di seguito pubblichiamo integralmente la testimonianza di Paola Springhetti.
C’era una scalinata piuttosto ripida e davanti ad essa c’era un prete in carrozzina, che sorrideva. Attorno a lui gruppi di persone, bandiere, striscioni, qualche giornalista. La scalinata era quella della Chiesa dei Congolesi – così veniva chiamata la Chiesa della Natività, che si trova nel Cuore di Roma, vicino a piazza Navona – erano i primi anni duemila e il prete in carrozzina era padre Silvio Turazzi, che partecipava ad una manifestazione per la pace in Congo.
C’era l’ingresso di un pauroso carcere ai margini della foresta, da cui provenivano urla e grida disperate. Davanti, militari con il mitra spianato controllavano che nessuno provasse ad entrare. Di fronte a loro, un uomo seduto in carrozzina li guarda in faccia, dal basso in alto, ma senza paura, anzi sorridendo. Erano gli anni ottanta e il prete in carrozzina era padre Silvio Turazzi, che voleva entrare nel carcere di Goma, in Congo.
Quando mi capita di parlare con le persone che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui, un ricordo di quel sorriso emerge sempre. Un sorriso dolce, empatico, che ti restava nel cuore. Un sorriso, diremmo oggi, disarmato e disarmante. Un sorriso, però, che poteva anche trarre in inganno: perché p. Silvio era sì un uomo mite, ma era anche un uomo determinato.
È questo strano mix di mitezza e determinazione che gli ha permesso di affrontare e risolvere situazioni, mantenere vivo il dialogo con persone di tutt’altro orientamento e pensiero, di affrontare le istituzioni come le guardie carcerarie o i poveri che affollavano le strade di Goma… di portare avanti le sue scelte vocazionali, nient’affatto scontate.
Dopo l’incidente che il primo maggio del ’69 gli spezzò la spina dorsale e lo costrinse in carrozzina, quindici giorni prima di partire per la missione in Giappone, le persone che gli volevano bene e la congregazione dei Saveriani volevano affidargli un ruolo qui in Italia, per proteggerlo dalle difficoltà che avrebbe inevitabilmente trovato nei Paesi di missione. Ma lui no. Era entrato nella Congregazione dei Saveriani per andare in missione e ci andò: negli anni settanta nella baraccopoli dell’Acquedotto Felice, una delle tante che punteggiavano allora Roma, tra stradine di fango in cui le ruote affondavano, mancanza di acqua e luce, vicini di baracca che di notte urlavano disperati e tanta gente che faticava ad immaginarsi un futuro dignitoso. Negli anni successi in Congo, tra conflitti (che durano tutt’ora) e fame, eruzioni vulcaniche e colera, militari violenti e tanta gente che faticava a immaginarsi un futuro dignitoso. Futuro nel quale lui invece non smise mai di credere, spingendo anche gli altri a impegnarsi per costruirlo.
L’immagine di quell’uomo che, seduto in carrozzina, si mette davanti a qualunque ostacolo, lo osserva, sorride e lo affronta, non deve farci cadere nella tentazione di farne una cartolina dolciastra circondata da cuoricini, riportandoci all’abusata retorica della persona con disabilità, sì, ma con qualità eccezionali. La sua qualità eccezionale era la fede, la sua forza era la preghiera, la sua ispirazione il Vangelo. Questo non significa che non soffrisse, come tutti gli uomini. Significa solo che sapeva trovare la forza per affrontarla, la sofferenza. La sua e quella degli altri.
Era un contemplativo e nello stesso tempo un uomo d’azione: binomio raro e prezioso, che lo spingeva ad avere un approccio ai problemi e alle occasioni della vita originale e a volte un po’ scomodo per gli altri, perché rimetteva in discussione abitudini e prassi consolidate. Per esempio, la sua idea di missione: un impegno da vivere non individualmente, ma all’interno di un gruppo, una piccola comunità di religiosi e laici, uomini e donne che condividessero sia la quotidianità che la straordinarietà. Così volle e così fece, anche se per la Congregazione non fu facile accogliere questa nuova esperienza e farla propria.
Ai militari con il mitra spianato, il prete disarmato e in carrozzina sorrise e disse: «devo andare a trovare i miei fratelli». I mitra si abbassarono e p. Silvio dopo quel giorno andò regolarmente in carcere a curare l’anima e il corpo dei detenuti.
È un fatto accaduto, ma anche una metafora. Di un modo di affrontare la vita.
Paola Springhetti
La gioia del cammino nella libertà dello Spirito
La testimonianza di Paola Galvani ci conduce invece nella dimensione degli incontri quotidiani e della vita comunitaria. Attraverso i ricordi legati alla parrocchia della Sacra Famiglia, emerge il volto di un missionario capace di creare relazioni, trasmettere pace e diventare, con la propria vita, un testimone credibile del Vangelo.
Il racconto si sofferma anche su un momento di discernimento personale, nel quale padre Silvio seppe condividere la propria esperienza di ricerca e di ascolto. La sua scelta missionaria, segnata dall’incidente che lo costrinse in carrozzina, non venne meno: seppe trasformarsi, aprendosi a nuove strade e a una diversa comprensione della propria vocazione.
La sua riflessione sulla «gioia del cammino» restituisce una spiritualità che non pretende di avere tutte le risposte, ma trova nell’ascolto, nella preghiera e nell’amore il criterio fondamentale delle scelte.
Ecco la sua testimonianza.
Mi aveva incuriosito vedere nell’elegante ufficio del parroco della Sacra Famiglia, in cui risaltava l’immagine del volto di Gesù trafitto da acuminate spine, incastonato in un’ampia libreria in noce, un lettino accostato ad una parete. Una scelta insolita. Col tempo capii che era destinato a padre Silvio Turazzi, il fratello di monsignor Andrea, che ogni tanto veniva da Parma per soggiornare qualche giorno in canonica.
Di padre Silvio avevo sentito parlare tante volte e da tante persone diverse, sempre con entusiasmo e commozione, per la sua fede disarmante, la pace che trasmetteva e il coraggio di essere missionario nella sua limitante condizione di paraplegico. Alla Sacra Famiglia mi capitava di incontrarlo alla celebrazione della Messa o ad alcuni incontri formativi sul tema delle missioni. Si dice spesso che, di questi tempi, c’è più bisogno di testimoni che di annunciatori: padre Silvio era soprattutto un testimone. Pian piano divenne amico di tutti, tanto che il giorno del suo compleanno (il 15 agosto, ndr) era un momento di festa per la comunità.
Trovandomi in parrocchia per il servizio nella segreteria parrocchiale, ho assistito varie volte all’arrivo di padre Silvio. Tutti si mobilitavano per accoglierlo: Gianna, la sorella che abita a Bologna, lo precedeva di qualche ora per aiutarlo a sistemarsi in canonica. Le stanze da letto si trovavano al piano superiore, per questo “quel lettino” al piano terra era più che mai necessario per superare la difficoltà della scala. Quando poteva, arrivava anche Armando, il fratello agricoltore che è rimasto nel paese di origine, Stellata di Bondeno (FE). Era un momento di famiglia, di cui godevamo anche in parrocchia.
In un periodo in cui mi trovavo in discernimento per alcune scelte di vita decisi di scrivere una lettera a padre Silvio. Un’amica mi aveva detto: «La volontà di Dio è sempre quello che non vorremmo fare…». Non ero tanto convinta di questa affermazione, anche se capivo che talvolta, per amare di più, era necessario “morire a sé stessi”. Mi avevano colpito, in padre Silvio, il coraggio e la sicurezza nella scelta della missione, anche dopo il brutto incidente che gli ha cambiato la vita. Avevo saputo che era destinato a partire per il Giappone e mi è venuto da pensare che, al suo posto, forse avrei pensato che l’incidente mi avesse messo davanti una diversa volontà di Dio. Padre Silvio, invece, pensò che «il sogno della Missione non fosse interrotto», ma che prima dovesse assestarsi «tra la gente, i poveri in particolare, con Paola ed Edda» che lo avevano preceduto tra le baracche dell’Acquedotto Felice (Roma, 1971). Mi confidò che all’inizio non fu facile per lui, legato ai missionari saveriani, aprirsi «alla libertà dello Spirito». Si prese tempo per «ascoltare, riflettere e pregare» e si confrontò con il padre spirituale e con i Responsabili dell’Istituto Saveriano: «Mi hanno aiutato – così mi disse – ad avvicinarmi alla volontà di Dio su di me». «Poi la Missione – continuò nel suo racconto – e il sogno di condividere la gioia del Vangelo nell’itineranza con Gesù sulle strade del mondo» lo spinsero a partire per l’Africa. Concluse così la sua lettera di risposta: «Un criterio di scelta fondamentale è la gioia del cammino. Ma la volontà di Dio la conosceremo soprattutto a Casa! Ora ci chiede solo di amare, amare, amare. Ciao! Silvio». Così si firmava padre Silvio. Un modo di porsi semplice, diretto, cordiale, con tutti. Senza titoli da esibire. Era Silvio e basta. Ma non era vero…
Una volta, poco prima di un incontro per la Veglia missionaria diocesana, osai chiedergli se potevo registrare il suo intervento per poi inoltrarlo a chi non avrebbe potuto essere presente. Mi sorrise e accettò, dicendomi però che nessuna registrazione avrebbe potuto comunicare ciò che il Signore gli avrebbe fatto dire… Lì per lì non capii, ma al termine della serata mi fu chiaro: il Signore si era servito dei suoi occhi e di tutta la sua persona per farci sentire la Sua presenza. Come amava ripetere, «Dio è papà e Amore».
Paola Galvani
La giornata è promossa dagli amici del Comitato Padre Silvio.
