Da sempre il Centro Sociale S. Andrea di Serravalle ha valorizzato l’importante valenza del teatro amatoriale: infatti, esso è un’utile esperienza per chi lo pratica come attore non professionista, ma anche un modo per valorizzare la tradizione sammarinese e romagnola, attraverso il recupero della lingua e della cultura dialettale. Ed è anche un modo per offrire un’occasione di sana ricreazione per tutti, dai più maturi ai più giovani, ma anche per trarre insegnamenti dalla saggezza popolare.
Tante compagnie hanno preso avvio in ambito parrocchiale.
Anche quest’anno è stata allestita la stagione Teatrale di Commedie Dialettali a Serravalle (RSM), presso l’Auditorium Little Tony, proposta dalla Giunta di Castello di Serravalle e dal Centro Sociale S. Andrea.
Saranno sei gli spettacoli previsti, proposti da realtà teatrali affermate quali:
Compagnia Teatrale LA CAROVANA di Ospedaletto,
Compagnia Teatrale Filodrammatica HERMANOS di Longiano,
Compagnia QUEI D’SERAVAL E… di San Marino,
Compagnia di teatro dialettale LA MULNELA di Poggio Berni,
Compagnia dialettale QUII AD SAN ZILI di Sant’Egidio di Cesena,
Compagnia LA BELARIOESA di Bellaria.
Il primo appuntamento è per sabato 24 ottobre con inizio alle ore 21, con la Compagnia teatrale La Carovana di Ospedaletto che proporrà la commedia HO AVÙ UN ICS, tre atti comici di Pier Paolo Gabrielli. La storia ci racconta che l’improvvisa e misteriosa scomparsa di un uomo, uscito semplicemente a comprare le sigarette, innesca un vortice irresistibile di equivoci ed esilaranti indagini quotidiane…
Per un approfondimento sull’interessante mondo del teatro dialettale amatoriale abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Palmucci, autore, regista e attore impegnato da anni in questo ambito.
Ti presenti per chi non ti conosce, in particolare come scrittore di commedie dialettali, regista e… attore?
Io nasco come attore: la recitazione è sempre stata la mia vera passione e ho mosso i primi passi nel Piccolo Teatro Arnaldo Martelli, la storica filodrammatica di San Marino.
Io nasco come attore: la recitazione è sempre stata la mia vera passione e ho mosso i primi passi nel Piccolo Teatro Arnaldo Martelli, la storica filodrammatica di San Marino.
Poi, nei primi anni 2000, si è verificata una combinazione di fattori: da un lato cominciavano a scarseggiare buoni testi da rappresentare in occasione della tradizionale festa di Sant’Agata, dall’altro il mondo di internet non era ancora esploso. Ho deciso così di mettermi alla prova come autore di commedie dialettali.
Dopo le prime esperienze soddisfacenti, ho iniziato a far circolare i miei testi in rete ed è andata bene. Ad oggi ho scritto 25 commedie messe in scena da 189 compagnie per un totale di oltre 2.000 rappresentazioni in tutta Italia, con puntate anche nella Svizzera italiana, negli Stati Uniti e in Canada. Come regista sono una frana, lo faccio solo in caso di assoluta necessità.
Per la scrittura dei testi prendi spunto dalla realtà e/o dalla fantasia?
Direi entrambi. Quello che molti non considerano è che per sostenere un’intera commedia non basta una sola idea, per quanto geniale: ne servono tantissime. È il motivo per cui tanti testi, partiti col vento in poppa, giacciono arenati sul fondo del mio cassetto. Senza contare che la commedia deve offrire una finzione sempre plausibile… e spesso la realtà supera così tanto la fantasia da risultare persino poco credibile sul palco!
Direi entrambi. Quello che molti non considerano è che per sostenere un’intera commedia non basta una sola idea, per quanto geniale: ne servono tantissime. È il motivo per cui tanti testi, partiti col vento in poppa, giacciono arenati sul fondo del mio cassetto. Senza contare che la commedia deve offrire una finzione sempre plausibile… e spesso la realtà supera così tanto la fantasia da risultare persino poco credibile sul palco!
Da dove nasce la tua passione per la scrittura di testi teatrali? E perché la maggior parte in dialetto romagnolo sammarinese?
Nasce direttamente dalla mia esperienza sul palco, prima nelle attività parrocchiali di Borgo Maggiore — dove c’era una vivace realtà teatrale amatoriale (“I ragazz de Borg”) — e poi nel Piccolo Teatro Arnaldo Martelli, dove dal 1976 la commedia che chiude i festeggiamenti per Sant’Agata è recitata rigorosamente in dialetto. Sono cresciuto immerso in questo humus culturale, facilitato da una doppia radice linguistica: da un lato il dialetto di Serravalle, parlato dai miei nonni materni, e dall’altro quello di Città-Montefeltro, grazie alle zie di mio babbo originarie di San Leo. Quando si riunivano, ascoltarle era un vero e proprio florilegio di espressioni e coloriture popolari.
Nasce direttamente dalla mia esperienza sul palco, prima nelle attività parrocchiali di Borgo Maggiore — dove c’era una vivace realtà teatrale amatoriale (“I ragazz de Borg”) — e poi nel Piccolo Teatro Arnaldo Martelli, dove dal 1976 la commedia che chiude i festeggiamenti per Sant’Agata è recitata rigorosamente in dialetto. Sono cresciuto immerso in questo humus culturale, facilitato da una doppia radice linguistica: da un lato il dialetto di Serravalle, parlato dai miei nonni materni, e dall’altro quello di Città-Montefeltro, grazie alle zie di mio babbo originarie di San Leo. Quando si riunivano, ascoltarle era un vero e proprio florilegio di espressioni e coloriture popolari.
Ma le commedie che scrivi sono solo per proporre occasioni di divertimento o vogliono offrire anche spunti di riflessione?
In realtà direi quasi il contrario, almeno nelle intenzioni. Ciò che cerco di rievocare è un mondo ormai scomparso, radicato nella tradizione contadina e sanguigna del nostro territorio, per riscoprire valori che purtroppo sono andati persi con l’urbanizzazione e la modernità: la solidarietà, l’altruismo, la cura per il prossimo.
In realtà direi quasi il contrario, almeno nelle intenzioni. Ciò che cerco di rievocare è un mondo ormai scomparso, radicato nella tradizione contadina e sanguigna del nostro territorio, per riscoprire valori che purtroppo sono andati persi con l’urbanizzazione e la modernità: la solidarietà, l’altruismo, la cura per il prossimo.
Senza voler sembrare troppo profondo, le mie commedie cercano di mettere alla berlina i grandi “tumori” della società contemporanea: l’apatia, il cinismo e, soprattutto, l’avidità, quello che io considero il peggiore. Certo, nascondo questi messaggi dietro la comicità, l’equivoco, la battuta fulminante e, quando serve, anche una comicità più grossolana, anche perché altrimenti il pubblico diserterebbe le sale! Ma per me la risata è uno strumento, un espediente per far passare qualcos’altro, non la sola ragione d’essere del testo.

Tante compagnie dialettali amatoriali utilizzano i testi delle tue commedie, anche da tante parti d’Italia, ti sei mai chiesto il perché?
Devo confessare una cosa, probabilmente una mia deviazione mentale. Quando nelle locandine, nelle rassegne o tra i programmi teatrali vedo programmata una delle mie commedie, assieme ad altre, mica mi chiedo come mai la tal compagnia abbia scelto un mio testo. No. Io mi chiedo come mai le altre compagnie non abbiano scelto i miei testi! Sono da ricovero…
Devo confessare una cosa, probabilmente una mia deviazione mentale. Quando nelle locandine, nelle rassegne o tra i programmi teatrali vedo programmata una delle mie commedie, assieme ad altre, mica mi chiedo come mai la tal compagnia abbia scelto un mio testo. No. Io mi chiedo come mai le altre compagnie non abbiano scelto i miei testi! Sono da ricovero…
Tu sei anche attore e regista: ci descrivi un po’ cosa muove tante persone a dedicare tempo ed energia per mettere in scena le commedie?
È un fenomeno straordinario e per certi versi inspiegabile, purtroppo spesso ignorato o sottovalutato dai media nazionali.
È un fenomeno straordinario e per certi versi inspiegabile, purtroppo spesso ignorato o sottovalutato dai media nazionali.
Ci pensavo proprio l’altro giorno: in Italia contiamo almeno 6.000 compagnie strutturate. Ogni borgo, ogni piccolo centro ha la sua realtà teatrale — dalla più organizzata alla più sgangherata — con almeno una decina di persone coinvolte. Parliamo di oltre 60.000 appassionati, per non parlare di realtà analoghe in Svizzera, Francia o Inghilterra. Nel mondo occidentale è un movimento imponente. È fondamentale continuare a coltivare questo patrimonio, pur con tutte le burocrazie e le regolamentazioni che ogni anno rendono la vita più difficile ai teatri amatoriali. Questo mondo rappresenta un polmone vitale non solo per la salvaguardia del folklore e delle nostre radici, ma soprattutto per la straordinaria rete di socialità e di comunità che riesce a tenere viva.
Ci lasci un tuo contributo e/o slogan che utilizzeresti per invitare a vedere le commedie dialettali?
Dopo tutto quello che vi ho detto, vi servono ancora altri incentivi?
Dopo tutto quello che vi ho detto, vi servono ancora altri incentivi?
Se proprio volete uno slogan:
alzati da quel divano, scuotiti e vieni in teatro a vedere le nostre commedie. ARDUSGTI!!!
Per informazioni: 337 1010902 – E-mail: csandrea@alice.sm
Matteo Tamagnini
