Una missionarietà scandalosa

A Carpegna la cena per "Noi per Zambia" apre il mese missionario

Chiesa piena, fino in fondo. Sabato 26 settembre la Pieve di Carpegna si è riempita per la messa in ricordo di don Ottavio, presieduta dal vescovo della diocesi di San Marino – Montefeltro Mons. Domenico Beneventi. Poi la cena, all’hotel Anna che  ha messo a disposizione le proprie sale, con circa 150 persone attorno alle stesse tavole. Una serata sola, due tempi, un’unica direzione: gli altri.

Nella sua omelia, il vescovo Domenico ci ha invitato a riscoprire la missione come il tratto che definisce ogni cristiano, non come compito per pochi: «Un cristiano, se non è missionario, non è discepolo di Gesù». Non un’aggiunta facoltativa, ma l’identità stessa della Chiesa. Quando non sentiamo il bisogno di uscire dalle nostre eucaristie per raggiungere i fratelli, ha detto, la fede diventa sterile, bloccata, paralizzata dalla paura di lasciare le nostre comodità.

Don Ottavio ha vissuto l’umiltà, ha ricordato Mons. Beneventi, e l’umiltà non è farsi da parte: è la forza di considerare l’altro migliore di sé. Il suo contrario è l’avidità, «un buco nero che ci assorbe», che trattiene tutto nell’io e rende tristi. Don Ottavio ha insegnato il movimento opposto; dare, e non solo cose: dare se stessi.

Poi una lezione di grammatica, con il sorriso. «Prossimo» è il superlativo di «vicino», quindi il prossimo è il più vicino e spesso ha il volto di chi ci ha offeso o tradito: la missione comincia da lì, non da lontano, ci ha detto il vescovo.

Infine la richiesta, netta. Per la Chiesa locale il vescovo ha chiesto il dono di una «missionarietà scandalosa», che scandalizzi chi organizza la carità senza metterci il cuore e chi organizza gli eventi senza metterci la vita. La carità deve costare, ha ricordato citando San Pier Giorgio Frassati: se non costa, non è amore.

Parole che hanno accompagnato tutta la serata. Finita la messa il vescovo non è andato via, si è fermato a cena e si è seduto con tutti.

E a tavola la missione ha preso volti e storie. Maria Pia Ruggeri e il presidente di “Noi per Zambia”, Franco Diotalevi, hanno presentato gli ultimi lavori realizzati in Zambia, poi si sono ricordate alcune testimonianze di chi ha vissuto una breve esperienza nella missione di Maria Pia. L’associazione propone ogni anno, nel periodo estivo, di raggiungere Luanshya e condividere per qualche settimana la vita della missione. Tra i racconti, quello di un giovane adulto che si è definito un po’ irrequieto ai tempi della sua esperienza in Zambia: tornato da laggiù ha trovato un senso, si è iscritto a Medicina ed è diventato medico. Oggi ha una moglie e due bambini. Il senso della vita, in storie come questa, nasce dall’esperienza del dono: quando ci si mette a servizio degli altri si scopre la propria chiamata, la propria missione, e quella non resta in Africa ma si vive ogni giorno, nel lavoro, in casa, nelle relazioni.

Poi la festa, tra amicizia, allegria e una lotteria a premi, con l’incasso devoluto a “Noi per Zambia”; una serata in cui si è respirato amore, si è respirata gratitudine.

Oggi comincia ottobre, il mese missionario, e Carpegna ha già dato la direzione: partire dal più vicino, metterci qualcosa di nostro, lasciare che costi un poco. Il resto, come ha ricordato Mons. Beneventi, viene da sé: chi impara a condividere scopre che c’è sempre qualcosa in più da dare.

Daniela Corvi

condividi su